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La 2° Guerra Mondiale 1940-1945
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Tavola del pittore Giovanni LucantonioIn alcune zone d'Italia, cosi come a Balsorano, a distanza di oltre cinquant'anni, sono ancora evidenti i segni spaventosi delle rovine provocate dall'ultimo conflitto mondiale. E sono ancora vive ed attuali le lacerazioni ideologiche sul perché e per come la Nazione vi partecipò. Ci limitiamo a raccontare e a descrivere, pertanto, come la guerra fu combattuta dai soldati balsoranesi, impegnati su tutti i fronti, dalla Savoia all'Albania e alla Grecia, dalla Marmarica alla Tripolitania, dall'Eritrea alla Somalia e in Russia, mobilitati nelle varie armi e specialità e come fu vissuta a Balsorano dall'ottobre 1943 al 6 giugno 1945. Giova ricordare che in questo paese, cosi come in altre parti d'Italia, nella strategia e nelle operazioni di guerra dopo l'8 settembre 1943, tedeschi ed angloamericani agirono inconsapevolmente da "alleati". Si, ciò non è un' asserzione paradossale.
  
Infatti, sul territorio di Balsorano i tedeschi e gli angloamericani, loro malgrado, furono coalizzati perché i primi combatterono la popolazione civile da terra ed i secondi dal cielo. I militari germanici ebbero la facoltà di disporre a loro piacimento degli inermi abitanti, mentre gli alleati, dall'alto, mitragliavano e bombardavano tutto ciò che a terra dava segni di vita. Dopo lo sfondamento del fronte di Cassino, una seconda linea di difesa venne apprestata dai tedeschi lungo un tratto che, partendo più su di Case Cipriani, scendeva al fondo valle e risaliva verso Sant'Onofrio e monte Cornacchia. 
Ma già in precedenza, dal comando germanico, al di sopra di Tre Ponti, in località Ciammorrone, era stato costruito un fortilizio centrale che doveva fermare l'avanzata degli alleati verso nord. 
  
L'imponente roccione fu traforato e sezionato, sfruttando la manodopera coatta dei balsoranesi, e da lassù era possibile dominare il sorano e buona parte della Valle di Comino. Nelle intenzioni del Comando di guerra germanico questa linea difensiva doveva rappresentare una seconda Cassino, ma lo sbarco di Anzio ad occidente e lo sfondamento di Orsogna ad oriente, da parte degli anglo americani, resero vano il massiccio baluardo. Sin dal mese di novembre dell'anno 1943 agli abitanti di Balsorano la vita divenne difficile. I tedeschi avevano bisogno di manodopera per gli apprestamenti difensivi del fronte di Cassino ed ebbero l'avvio i rastrellamenti di uomini validi e non validi. Il primo venne eseguito, agli inizi di ottobre, da due militari della SS (1) a bordo di un sydecar, seguito di alcuni camion. 
 
Gli automezzi fecero sosta nella piazza centrale e, avuta la collaborazione di un ignaro ed incosciente paesano, incominciarono a fare il giro lungo le strade. Dapprima la cosa venne presa quasi come un gioco, ma quando i primi uomini furono presi e sbattuti dentro i camion, ci fu un fuggi fuggi generale. A quelli che scappavano le SS sparavano dietro allo scopo di intimidirli e fermarli. In un rastrellamento, un distinto e flemmatico concittadino, fuggito anche lui insieme con il cognato, quando si ritenne al sicuro gridò, verso gli aggressori: " Ora sparate al c....." Questa distinto signore, ex combattente della guerra 15-18, qualche giorno prima, era stato schiaffeggiato da un militare tedesco per aver pubblicamente espresso giudizi negativi sul loro comportamento. Non reagì e ciò destò la meraviglia di un suo amico presente. 
  
Allora egli, con un candore singolare, rispose: "Le tribolazioni si sopportano con l'animo, non con il corpo!" I tedeschi avevano necessità di alloggi ed incominciarono ad occupare, cacciando gli occupanti, le case private e le casette asismiche. Alcune di queste, sventrate ed adattate, servirono anche per occultare gli automezzi, le armi pesanti, i cavalli ed i carri armati. Avendo esigenze di vitto, intrapresero le perquisizioni e le ruberie. Tra le numerose razzie effettuate in quel periodo è interessante ricordare la seguente. Nella zona del Valanese Peppe La M. aveva nascosto, in una stalla ben mimetizzata, un paio di vacche. Una notte alcuni militari tedeschi, di nascosto, le portarono via, lasciando un biglietto vergato nella loro lingua. L'indomani il povero Peppe, scoprendo il furto, venne assalito dalla disperazione ma la presenza della carta scritta, esposta bene in evidenza sull'uscio, lo rincuorò alquanto. 
  
Tentò di decifrarla ma non capi nulla. Quel biglietto lo faceva ben sperare perché nell'intestazione portava anche la svastica, emblema della Germania nazista. Sul da farsi, si consigliò in famiglia e la decisione fu che egli si sarebbe dovuto recare al comando tedesco in quanto si confidava in un indennizzo. Peppe, pur in apprensione, ripiegò il foglio di carta, lo mise in tasca e si avviò verso il castello, sede del comando. Gli batteva forte il cuore perché era consapevole che stava correndo il grosso rischio di essere portato a lavorare a Cassino. Al cancello d'ingresso mostrò il biglietto a due sentinelle le quali, ridendo, lo fecero accomodare all'interno, accompagnato da un altro militare che continuava a guardarlo con un sorriso ironico. Nei pressi del pozzo stava fumando un ufficiale. 
 
L'accompagnatore si diresse verso di lui, seguito da Peppe e tra i due vi fu un fitto scambio di parole; il povero derubato consegnò la carta all'ufficiale ed anche costui incominciò a ridere. - Ma cosa hanno da ridere! - si chiedeva in cuor suo il povero Peppe, frastornato e pentito di essersi recato lassù. La spiegazione gliela forni l'ufficiale dicendo in un italiano stentato, infarcito di iavol e ià: "Vakke requisite ordine führer, pacare badoglio! Aufwiedersehen!" Gli angloamericani, da parte loro, dominando il cielo con gli aerei, si accinsero a far cadere bombe a caso, particolarmente di notte, allo scopo di seminare il terrore e di esasperare la popolazione. Di giorno invece, i caccia traevano gusto nei mitragliamenti, prendendo di mira anche qualche ovino che era al pascolo. Poi dettero l'avvio ai bombardamenti veri e propri. Gli attacchi erano diretti sulla ferrovia, contro gli automezzi nemici in transito sulla Statale 82, ma sovente colpivano le abitazioni civili, le case di campagne, le stalle, i fienili. 
 
Tra le tante rovine, ci si domanda ancora oggi perché il castello medioevale, pur essendo noto che ospitava il comando tedesco delle operazioni di guerra, non subì mai un vero e proprio bombardamento diretto e ciò fu una vera fortuna. In compenso, però, il cimitero fu colpito varie volte. Il cielo di Balsorano fu teatro anche di diversi combattimenti tra aerei da caccia. La gente seguiva i duelli con curiosità e sgomento, ma nessun apparecchio venne abbattuto anche perché quelli germanici, a poco a poco, nella zona, abbandonarono la difesa aerea. Per la popolazione civile incominciò l'esodo. Le casupole, i tuguri, le stalle, le bicocche della Cervella, del Cretaccio, di Sferracavallo, di Santa Lucia, del Padreterno, di Colannino, delle Marsichene, della Porcareccia, dell'Affitto, delle Fonti, di Paneccacio, del Valanese, delle Fosse e di San Nicola, le catapecchie dell'Al di là del fiume, i casali della Selva e della zona di Ridotti furono invasi dalle famiglie in cerca di un rifugio sicuro. 
  
I parenti dettero ospitalità ad altri parenti, gli amici ad amici creando, in tal modo, delle promiscuità molto pericolose per la salute, l'igiene e l'intimità.
Si dormiva su qualche materasso rimediato all'atto della fuga, sui pavimenti in terra battuta e sul letame degli armenti disseccato, sempre vestiti, tra lo snervante russare dei vecchi ed il pianto persistente dei bambini che avevano fame. I fuochi non potevano essere accesi perché il fumo richiamava l'attenzione degli assassini dell'aria, sempre pronti a sganciare le bombe ed a mitragliare. Terminate le scarse riserve alimentari arraffate nella fuga, la gente si cibava di tutto ciò che pareva commestibile vagando nei campi, quando i terroristi dell'aria concedevano un po' di respiro. Si scavarono delle buche da servire come nascondiglio per gli uomini abili, costantemente braccati dalle SS per i lavori di fortificazione del fronte di guerra. 
 
Pur sapendo che si andava incontro a feroci rappresaglie, da parte di taluni venne compiuto qualche atto di sabotaggio, come il taglio dei fili telefonici installati dai tedeschi, ma le ritorsioni non vi furono per la intercessione del locale podestà. Non vi fu rappresaglia nemmeno quando i civili venivano sorpresi a sottrarre il bestiame razziato dai tedeschi in precedenza ed ammassati in recinti di fortuna. I colpi ladreschi, legittimi e giustificati dalla fame, di solito, andavano sempre a buon fine con grande soddisfazione dei balsoranesi che li eseguivano e di coloro che vi assistevano. Rischiarono molto le famiglie che tenevano nascosti nei loro rifugi alcuni prigionieri inglesi i quali erano scappati dai campi di concentramento. Con essi dividevano il poco cibo, le sofferenze e le ansie; soprattutto le ansie perché i tedeschi, spesso, facevano dei rastrellamenti mirati proprio alla cattura dei fuggitivi. 
 
E se fossero stati scoperti, le conseguenze per chi li teneva nascosti sarebbero state tragiche. Ma quelle mamme di famiglia, le quali forse avevano i figli ristretti nei campi di concentramento sia tedeschi sia alleati, non si curarono affatto delle reazioni che potevano derivare. Quando alla fine, dopo il passaggio del fronte di guerra, i prigionieri alleati furono liberi, all'atto del distacco molte lacrime fluirono dagli occhi di questi balsoranesi generosi ed ospitali. Un'anziana donna del luogo aveva, in un pollaio a fianco alla propria abitazione, sei galline le quali ogni giorno deponevano le preziose uova. Li accanto, in una casa requisita, i tedeschi avevano installato un laboratorio di sartoria con una diecina di addetti. Dei militari di passaggio, spesso, si avvicinavano al pollaio con l'intenzione di rubare le galline, ma venivano allontanati in malo modo dai sarti. 
 
La donna li ringraziava, offrendo loro anche qualche uovo, e pensava: "Come sono bravi questi tedeschi! Mi fanno la guardia alle galline! Sono proprio dei figli di mamme buone!" La cosa andò avanti per alcuni mesi. Alla fine il laboratorio fu chiuso, i sarti trasferiti ed insieme con essi sparirono anche le galline! Man mano che il fronte avanzava, la situazione per gli inermi civili si faceva sempre più tragica. Ai rastrellamenti dei tedeschi, ai bombardamenti e mitragliamenti degli alleati, per i balsoranesi venne ad aggiungersi un altro nemico: la fame. Non esistevano più negozi di generi alimentari, i mulini fuori uso, gli orti furono abbandonati e i pochi capi di bestiame, risparmiati dalle ruberie dei soldati teutonici, furono asportati da avventurieri sconosciuti i quali ora si camuffavano come collaboratori dei tedeschi ed ora da spie degli angloamericani. Spesso si verificavano anche casi di indecenti e spregevoli speculazioni. Una distinta signora, a corto di viveri, venne letteralmente spogliata del suo prezioso corredo da una donna che l'aveva ospitata, con il marito, in una bicocca di campagna. 
  
Per una mappatella" di fagioli il corrispettivo era costituito da un paio di lenzuola, cinque-sei chili di farina di mais venivano pagati con una coperta di broccato e cosi via. Ma a questi sporadici casi di bassezza d'animo e di indegno sfruttamento fecero seguito esempi di grande altruismo e di generosità sublime. Si videro genitori di otto nove figli sfamare anche i figli di persone più povere o meno previdenti; anziani che dividevano un modesto pezzo di focaccia di mais con altri anziani più sfortunati. A Balsorano divenne difficile anche morire per la non disponibilità di casse da morto, del prete e della chiesa. La primavera, insieme con i primi tepori di caldo, portò un altro inconveniente. Gli indumenti indossati e mai cambiati, oltre che laceri, emanavano odori disgustosi per cui lo stare vicini era sgradito e mal sopportato. E, spesso al riguardo, avvenivano delle accese ed offensive discussioni. 
 
A metà maggio dell'anno 1944, per il fatto che il fronte si era avvicinato di molto - ai bombardamenti e mitragliamenti aerei, si erano aggiunte le cannonate provenienti da terra - quasi tutta la popolazione del centro urbano si rifugiò nella Grotta di Sant'Angelo e, parte, nella limitrofa e più piccola grotta delle Riconche ed un altre minori. Lassù la gente trovò maggiore sicurezza ma le privazioni e le sofferenze si moltiplicarono. Chi legge provi ad immaginare circa mille persone stipate in una caverna lunga una trentina di metri, alta, in media, venti e larga una sessantina, con la volta che stillava, in continue, gocce d'acqua come una tortura, con il pavimento di terra umido e a più ripiani, dove si dormiva in maniera promiscua, si preparava e si consumava qualche misero pasto e si facevano anche i bisogni corporali. Erano stati occupati anche gli altari e vi si dormiva sopra. Nella grotta delle Riconche, per rendere la permanenza meno disagevole, furono abbattute le stalattiti e stalagmiti le quali, da sempre, avevano rappresentato un vanto dei capolavori della natura e che, in seguito, non si sono più riformate. 

Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria

 


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