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La guerra 1935-36 contro l'Etiopia
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Le forze armate italiane erano state divise in due grandi gruppi destinati rispettivamente al Fronte Nord e cioè l°Eritrea e al Fronte Sud, in Somalia. La massa principale venne fatta affluire al Fronte Nord che era al comando del generale De Bono, Ministro delle Colonie e comprendente quattro Corpi d°Armata formati dalle Divisioni Sabaudia, Pusteria, Gavinana, Gran Sasso, Sila e Assietta e dalle Divisioni di Camicie Nere 3 gennaio, 21 aprile, 23 marzo e da un Corpo d°Armata indigeno. Le truppe del Fronte Sud, al comando del generale Rodolfo Graziani erano formate dalla Divisioni Peloritana e dalla Tevere composta da italiani residenti all'estero e accorsi a combattere in camicia nera, oltre a numerosi reparti dei fedelissimi dubat e di truppe di colore irregolari. 
  
La situazione politica internazionale e le sanzioni economiche di cinquantadue stati contro l'Italia imponevano di far presto e bene. D'altra parte il cocente ricordo dei rovesci subiti sullo stesso territorio durante le campagne di fine secolo (1896) non poteva consentire debolezze di alcun genere. E cosi affluirono prevalentemente nei porti di Massaua e di Mogadiscio: 494.500 ufficiali e legionari, 1542 cannoni, 498 carri armati, 850.000.000 di pallottole per fucile, 102.582 quadrupedi, 18,392 automezzl, 144 ospedali da campo, 513.276 fucili, 14.570 mitragliatrici, oltre 4.000.000 di proiettili da cannone, 15.000.000 di Kg. di carburanti, 4.647.000 paia di scarpe, 20.400.000 scatolette di carne, 2.050.000 coperte, oltre a quantità enormi di materiale vario da equipaggiamento, viveri e forti aliquote della nostra aviazione da caccia e da bombardamento. All'alba del 3 ottobre 1935 Mussolini trasmise l°ordine di avanzare e le nostre truppe, superato il confine eritreo-etiopico segnato dal fiume Mareb, ripercorsero gli itinerari che avevano già visto i battaglioni di Toselli, di Galliano, di Arimondi, cinquanta anni prima. 
  
Le nostre colonne, superate con impeto travolgente la resistenza delle truppe e delle fortificazioni etiopiche, dopo tre giorni di combattimenti entrarono vittoriose a Adua e a Adigrat: la sconfitta del 1896 era vendicata. Continuando la marcia, il 13 ottobre i legionari italiani entrarono ad Axum, la città santa e duecento chiese copte della regione fecero atto di sottomissione. Fin dai primi combattimenti fu subito chiaro che gli italiani mettevano nella lotta il massimo impegno e una dura esperienza la fecero gli armati di ras Sejum assistito da consiglieri europei e armati con mezzi moderni forniti dalla Svezia e dalla Svizzera. 
  
Incalzato e battuto dalle nostre divisioni, Ras Gugsà si arrese con i suoi dodicimila uomini facendo atto di sottomissione. Dopo la conquista di Axum l'offensiva subì una sosta per consentire all'esercito dei lavoratori di costruire le strade e portare più innanzi tutto l'apparato logistico e creare cosi le necessarie premesse per una ulteriore penetrazione nel cuore del territorio nemico. Era questa una condizione assoluta per consentire anche alle unità, largamente motorizzate, una sicura marcia in avanti. Il 3 novembre l°offensiva italiana riprese su tutto l°arco del fronte nord con obiettivo immediato Macallè, altra località cara al ricordo degli italiani e che vide il sacrificio eroico del maggiore Galliano, due volte decorato di medaglia d'oro al valor militare, per i fatti d'arme di cui era stato protagonista nel passato. 
  
L'8 novembre, dopo aspri combattimenti, il Corpo d°armata indigeno issò il tricolore su Macallè mentre le truppe nazionali occupavano Dolò spingendosi sempre più innanzi fino all'alto Tacazzè, ove furono duramente impegnate dalle forze dei ras Ajalè Burru e ras Immirù. Mentre sui fronte Nord l°aspra battaglia dell°alto Tacazzè impose una sosta per consentire ai rifornimenti di truppe e di materiali di superare le enormi difficoltà logistiche rappresentate dall'asperità del terreno e dal clima micidiale, il fronte Sud, al comando di Rodolfo Graziani si mette in movimento riportando le prime strepitose vittorie contro l°armata di ras Destà che minacciava le nostre posizioni sul fiume Giuba. Dal 12 al 16 gennaio 1936, l°esercito etiopico del sud veniva affrontato sul Canale Doria e disfatto. I resti venivano inseguiti dalle nostre unità nazionali e indigene verso Filtù e Neghelli, frustrando cosi ogni sua ulteriore possibilità offensiva. Consolidate le posizioni al Fronte Nord, che restava sempre il più importante per le forze contrapposte, l°offensiva riprese e si sviluppò dal 19 gennaio al 28 febbraio 1936 portando alla conquista delle regioni dell°Entertà, dello Scirè dopo la grande battaglia del Tembien che distrusse le armate etiopiche dei ras Burrù, Sejum, Cassa, Immirù e Muleghettà. 
  
Con la conquista della famosa Amba Alagi - che conobbe l'eroismo di Toselli nel 1896 e testimonierà quello del Duca d'Aosta nel 1941 - considerata comunemente " la porta d'Etiopia ", la via al cuore dell'Impero era aperta. Dopo i rovesci subiti, l'esercito abissino era giù di morale e il Negus pensò di sollevarlo decidendo una offensiva generale. La data venne fissata ai 31 marzo 1936, precedendo cosi di poco l'offensiva generale già predisposta dagli italiani in concomitanza con il fronte Sud. Al fronte Nord l'avanzata è altrettanto travolgente. Le colonne partendo da Dessiè puntano sulla capitale. Il giorno 5 maggio 1936 le truppe italiane entrano ad Addis Abeba issando il tricolore sul ghebi imperiale, consacrando cosi una conquista che aveva stupito il mondo diffidente e ostile. Una guerra che era durata solo sette mesi e in condizioni geografiche e climatiche tali da scoraggiare qualsiasi stratega, fu resa possibile solo dall'alto spirito combattivo dei nostri legionari e dal clima di entusiasmo di tutti gli italiani. Preziosa fu l'opera dell'aviazione con i suoi collegamenti e rifornimenti e soprattutto con i massicci bombardamenti sui centri di raccolta del nemico. 
 
La Marina, sia da guerra che mercantile, si prodigò oltre ogni limite per assicurare la sicurezza e l'afflusso dei rifornimenti sul lungo itinerario. Superiore ad ogni elogio infine l'organizzazione sanitaria che riuscì a prevenire ogni epidemia. Il 9 maggio 1936 il Duce ordinò l'adunata generale del popolo italiano e dal consueto balcone di Palazzo Venezia diede l'annuncio della proclamazione dell'Impero. Alla guerra d'Etiopia la partecipazione dei giovani balsoranesi fu massiccia. Sull'esempio dell'insegnante elementare Tommaso Campana, molti si arruolarono volontari nella M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) di cui egli fece parte con il grado di Seniore e, successivamente, nella guerra 1940 - 45 con quello di Console. Balsorano visse questa guerra nel clima del grande entusiasmo scaturito dalla preparazione psicologica già in atto da diversi anni. 
 
Fu detto che la guerra era necessaria per assicurare la tranquillità all'Eritrea e alla Somalia, nostre colonie; per dare espansione al lavoro del popolo italiano e per recare la civiltà in luoghi dove ancora vigeva la schiavitù. Cosi come in altre parti d'Italia, a Balsorano tutto funzionava alla perfezione, secondo le direttive emanate dal regime. L'andamento della guerra veniva seguito attraverso un altoparlante installato nella sede del Dopolavoro e per ogni avanzata, per ogni episodio di audacia dei nostri militi, per ogni località etiope conquistata si organizzavano imponenti adunate nel viale della Rimembranza e sfilate lungo le vie del paese. Partecipavano i figli della lupa, i balilla, gli avanguardisti, i giovani fascisti, le figlie della lupa, le piccole italiane e le giovani fasciste, le donne rurali; gli iscritti e le iscritte al partito, in camicia nera e con il distintivo all'occhiello, ed i gerarchi. E la banda che suonava le marce militari e i componenti il corteo che cantavano gli inni dell'epoca, tra lo sventolio di bandiere tricolori. 
 
Si eseguivano, in coro, Faccetta nera... Giovinezza... Roma divina... Fischia il sasso... Fuoco di vesta. Si facevano esercizi ginnici come la staffetta in fila, la palla sulle righe, la fuga di salti e tanti altri. La divisa era il pegno di fedeltà e di onore; doveva essere indossata e custodita con ogni cura. Per il balilla era costituita da: fez nero con fiocco, fregio della G.I.L., numerini della legione di appartenenza e sottogola di elastico nero, camicia nera aperta, fazzoletto azzurro con fermaglio lo scudo del duce, pantaloni corti di panno grigio-verde, cintura a fascia nera, calzettoni grigioverdi e scarpe nere alte. Terminata la guerra, molti soldati rimasero in Etiopia con le compagnie dei lavoratori militarizzati ed altri giovani partirono perché nelle terre conquistate vi era necessità di manodopera. Li, in Abissinia, fu dato inizio alla realizzazione di strade imponenti e di edifici maestosi, mentre a Balsorano si viveva ancora nelle malsane baracche, costruite dopo il terremoto del 13 gennaio 1915 e le frazioni erano ancora prive delle strade di collegamento con il capoluogo e della corrente elettrica. 
 
Ma la gente non vi faceva caso perché le rimesse di danaro dei nostri operai erano molto consistenti. Parevano tempi felici, di appagamento e di consenso, ma nell'aria circolava qualcosa di discutibile, di indistinto, di incerto. Quell'atmosfera di guerra e la preparazione ad altre guerre mettevano nel profondo dell'animo dei cittadini più riflessivi sensi di dubbi e di paure. Ma era necessario guardare al presente ed il presente faceva sognare alle masse benessere ed esaltazione. Nessun balsoranese mori durante le operazioni belliche in Africa Orientale, ma una vittima ci fu un anno dopo che la guerra ebbe termine. 
 

Caduti nella guerra contro l'Etiopia 1935-1936 
  
Di Mitri Giuseppe, camicia nera, fu Angelo e fu Cianfarani Maria nato a Berwik Pa. (U.S.A.)il 20 maggio 1912. Per motivi familiari è lasciato in congedo illimitato provvisorio fino al 25 settembre 1935. Il giorno dopo viene richiamato per mobilitazione ed assegnato al 44' Rgt. Artiglieria ed il 3 febbraio successivo è posto nuovamente in congedo. Il 4 novembre 1916, per esigenze Africa Orientale, viene posto a disposizione della 132' Legione della M.V.S.N. ed imbarcato a Napoli il 27 dello stesso mese. Dopo diciotto giorni di navigazione sbarca a Mogadiscio (Somalia). Muore in corcostanze imprecisate il 25 maggio 1937 a Dukam.
 
Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria
 
 

 
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