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La 1 Guerra Mondiale 24/05/1915
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Tavola del pittore Giovanni LucantonioAscoltiamo ora la guerra 1915-18 raccontata da un modesto e giovanissimo alpino balsoranese, il quale, al riguardo, ha fatto pervenire fino a noi il prezioso e storico manoscritto che si riporta di seguito. Manoscritto, conservato dai figli, dell’alpino Giuseppe Troiani, classe 1893, deceduto il 22 gennaio 1980, per i paesani Peppe il macellaio e, per chi scrive, Zio Peppino, essendo fratello della madre.
 
”Questo e un racconto sulla mia vita da militare di prima e durante la guerra 1915-18, ma non e tutto; manca, infatti, la narrazione di tanti e tanti altri sacrifici fatti. Come coscritto della classe 1893 partii il mese di giugno 1913 per essere sottoposto a visita militare ad Avezzano. Risultai abile di prima categoria. Il 10 settembre dello stesso anno nuova visita a Sulmona, sede del Distretto Militare, per la destinazione al corpo militare. Erano presenti ufficiali degli alpini, della fanteria, dei bersaglieri, ecc. e, tra le altre domande, chiedevano il mestiere che ognuno esercitava. Quando fu il mio turno anche a me chiesero, mentre misuravano il petto e 1’altezza, cosa facevo da borghese. Risposi che ero macellaio ed un ufficiale degli alpini esclamo che con la circonferenza toracica di 96 centimetri ero da considerare un buon alpino. Intervenne, sulla mia destinazione, anche un ufficiale della sanita, ma pur non capendo cosa dicessero, intuii che il medico non era dello stesso parere dell’ufficiale degli alpini.
 
Infatti fui condotto al mattatoio comunale di Sulmona ed in presenza di un veterinario dovetti ammazzare, scuoiare e sezionare una vitella. Fui rimandato a casa per quindici giorni e al ritorno a Sulmona, insieme con gli altri 35 coscritti paesani, mi ritrovai incorporato negli alpini, l’unico di Balsorano. La spunto, quindi, l’ufficiale degli alpini. Insieme con questo tenente partimmo per Udine. Qui mi fece capitare con il suo Battaglione, con la sua Compagnia e con il Plotone che lui comandava. Egli si chiamava Croce signor Giovanni. Fummo vestiti con giacca stretta al collo fatta a sacco, fasce strette alle gambe che m’impedivano di camminare e cosi via. Tutte le mattine facevamo istruzioni ai giardini, al piazzale della stazione e al castello di Udine. Arriva il primo ordine: zaino affardellato e partenza per Venezia dove c’era uno sciopero dei tabaccai della durata di una diecina di giorni dell’anno 1913. Ritornati a Udine sempre le solite esercitazioni e verso Natale nuovo viaggio a Venezia per rendere onore al Re ed alla Regina in visita in quella città. Di nuovo ad Udine e nuovo ordine: zaino affardellato e partenza per il campo invernale della durata di un mese sulle montagne di Prati di Resia e di Moggio, cariche di neve. 
 
Tra le altre esercitazioni, le manovre consistevano nell’ammassare grandi cumuli di neve e poi bucarle in modo che ogni squadra vi trovasse rifugio per la notte e per il riposo diurno. Li dentro si dormiva e si riposava sulla paglia trasportata con i muli. Al termine del campo invernale tornammo ad Udine per le solite istruzioni e per il consueto addestramento giornaliero. Breve trasferimento a Gemona e, arrivata l’estate, partenza per il campo estivo della durata di due mesi. Siamo nelle grandi manovre dell’anno 1914. Il campo era in località Chiusa Forte sulle montagne di Dogna Pontebba. Ma poco dopo iniziate le operazioni, arriva un porta ordini: la 71’ Compagnia, alla quale appartenevo, doveva smettere le manovre e raggiungere, con gli zaini affardellati, la stazione di Chiusa Forte. Fummo fatti salire su una tradotta e durante il viaggio tutti chiedevamo ”Dove si va?”, ”Cosa andiamo a fare?” Ma nessuno lo sapeva. Dopo aver viaggiato per mezza giornata e l’intera notte finalmente arrivammo nella zona della Romagna. C’era un forte sciopero dei ferrovieri ed alla mia Compagnia tocco di fare servizio a Cesena, a disposizione di quel Commissariato di P.S. Dalla popolazione fummo accolti molto bene, particolarmente dai bambini, perché in zona gli alpini non erano stati mai visti. 
 
Eravamo tutti abbronzati e armati di bastone e fucile. Portavamo gli scarponi, lo zaino e una gavetta grande. Quando la sera si usciva per le vie della città tutti i borghesi, vedendoci entrare nelle osterie, ci seguivano per bere insieme e pagare tutto loro. Terminato lo sciopero tornammo a Chiusa Forte dove demmo inizio alla costruzione di strade nella zona di confine perché, si diceva, era prossima la guerra contro 1’Austria. Alla fine dell’anno 1914 fu istituita la nuova 71’ Compagnia, scegliendo gli elementi nel Battaglione, che venne battezzata ”Dei Briganti”. Prese questo nome perché eravamo tutti abruzzesi e friulani. Anche il tenente Croce signor Giovanni fece parte della Compagnia al comando del mio Plotone. Fu lui a volermi con se anche se in quel periodo mi dava poca confidenza per via di un cazzotto che detti in faccia ad un commilitone che si chiamava Armando. Egli venuto a conoscenza del fatto ci convoco tutti e due e dopo aver ascoltato le rispettive ragioni, disse a lui: ”Armando, quando Troiani ti darà un altro pugno, tu glielo devi restituire, hai capi?” Ecco 1’anno 1915, l’anno del terremoto nella zona della Marsica. 
 
Tutti gli abruzzesi che eravamo nell’8’ Reggimento Alpini fummo mandati in licenza con il corredo al di fuori del fucile, corredo che mi fu necessario perché al ritorno a Balsorano trovai i genitori sfortunatamente morti sotto le macerie della nostra antica casa, al di sotto del castello medioevale. Ma io della morte dei miei non sapevo niente. Da Balsorano avevano fatto un telegramma ma il tenente Croce non mi aveva detto nulla. Solo a Sulmona mi accorsi di qualche cosa di male perché il tenente, che era venuto ad accompagnare noialtri abruzzesi, nel distaccarsi da noi saluto tutti, ma soltanto a me dette la mano e mi guardo con tanto affetto. Tornai a Balsorano il 21 gennaio e gia mamma e papa erano stati seppelliti. A casa, completamente distrutta, non trovai nessuno. Le mie sorelle Filomena, Rosetta e Mariuccia, tutte maritate, erano sotto le tende con i figli, mentre i miei fratelli Vincenzo, Antonio e Giovanni, da un Patronato, erano stati condotti prima ad Avezzano e poi a Roma. Mi soffermai a guardare le macerie della casa e mi resi conto che il danno maggiore lo avevano fatto i ”merli” del castello che, cadendo dall’alto, avevano sfondato il tetto completando in tal modo 1’opera di distruzione. Mi addoloro molto osservare che la porta del macello di mio padre era stata sfasciata dalla gente per asportare la carne ed altrettanto avevano fatto a casa per rubare ciò che vi era dentro. 
 
Mi rivolsi ai carabinieri per avere una licenza maggiore ed infatti inizialmente mi accordarono due mesi e poi, il 21 di aprile, mi pervenne il congedo. Per campare impiantai una baracca di legno nel nuovo abitato che si stava ricostruendo nei pressi della stazione ferroviaria. Qui dentro dormivo e avevo arrangiato alla meglio un piccolo macello. Avevo compiùto da poco ventidue anni e ritrovarmi da solo mi angosciava molto. Le mie sorelle maritate, anch’esse sotto le tende, mi davano un po’ di conforto e spesso, ci vedevamo per mangiare insieme e per riandare ai tempi felici di quando eravamo bambini. Dei miei fratelli non sapevo nulla, ma li ritenevo al sicuro presso qualche orfanotrofio. Si guadagnava moderatamente perché i soldi erano pochissimi, ma io continuavo ad andare avanti alla meglio.
 
Il 24 maggio 1915, allo scoppio della guerra, fui nuovamente richiamato alle armi e ripartii con la stessa divisa e con lo stesso zaino. Da Udine dovetti raggiungere il mio Battaglione dei ”Briganti” di stanza a Gemona. Qui brevissima sosta e poi con il treno fino a Cividale. Scesi dal treno, raggiungemmo un casolare di campagna dove incominciai a sentire che venivamo cambiati di reparto. Infatti dall’8’ Rgt. passammo al 4’ Alpini. Subito esclamai: ”Oddio, il tenente Croce non lo vedro più !” ed infatti non lo rividi mai più . Poco dopo zaino a spalla ed a piedi lunga marcia per raggiungere il fronte dov’era dislocato il 4° Rgt. Alpini, Btg. Val D’Arco, 239 Compagnia, nelle trincee di Santa Maria e Santa Lucia. Durante il viaggio di trasferimento grande fu la mia gioia perché incontrai due compaesani e cioè Ricuccio Mezzabotta e Felice ”Brunitto” la Macchia, detto Veleno. E quando questi amici sentirono che dovevo andare nelle trincee di Santa Maria e Santa Lucia, mi dissero: ”Peppe, non andarci, cerca di evitarlo perché da li non e mai tornato indietro nessuno!” Io risposi: ”E allora come si fa la guerra se nessuno ci va?” Essi replicarono: ”Peppe, guarda, quella e la tomba degli alpini, ma tu fai come vuoi!” Si complimentarono offrendomi due bicchieri di marsala e ci salutammo. 
 
Lì alle trincee per alcune settimane, ogni notte si verificavano degli assalti alla baionetta, sia da parte nostra sia da parte degli austriaci. Di giorno, invece, con il fucile puntato si mirava al bersaglio quando se ne presentava l’occasione. Di morti e di feriti ce n’erano in abbondanza, ma le posizioni erano sempre le stesse: noi di qua e loro di la; nessuno avanzava di un passo. I caduti ed i feriti leggeri venivano trasportati nelle retrovie di notte, mentre per i feriti gravi si tentavano, di giorno, delle sortite che, spesso, provocavano altri morti e altri feriti. I rinforzi e gli avvicendamenti si facevano di notte. Cambiando di postazione, sempre di notte, passammo dietro alla montagna di Monte Cucco, verso un casolare chiamato Voleria per raggiungere il trincerone , dirimpetto a Tolmino. Gli austriaci stavano a pochi passi perché le due trincee erano distanti qualche diecina di metri e come si accorsero dell’arrivo sferrarono un attacco con scariche di fucileria e bombe a mano, provocando molte vittime. Da parte nostra non vi fu alcuna reazione perché ci stavamo sistemando, ma la mattina, all’alba, fu dato l’ordine di aprire il fuoco con i fucili e le bombe a mano. Questa reazione fu molto violenta e da dentro la trincea nemica si udivano i lamenti dei colpiti a morte e dei feriti. 
 
A questa nostra azione segui un violento cannoneggiamento del nemico il quale provoco, tra le nostre file molte vittime. Poco dopo entro in azione la nostra artiglieria. Per oltre venti giorni seguirono attacchi e contro attacchi, ma le posizioni erano sempre ferme in quel posto: nessun miglioramento, niente profitti da ambo le parti. Durante questi combattimenti il mio fucile, che tenevo poggiato tra le gambe, fu messo fuori uso da una pallottola nemica, penetrata dal buco della feritoia, che raggiunse e ruppe la fascetta del mirino. Lo sostituii immediatamente con l’arma di un commilitone morto che era al mio fianco, in attesa del buio della notte per essere trasportato nelle retrovie. Con questo fucile rincominciai a sparare conto la trincea nemica e la cosa duro per molte ore. In questi venti e più giorni di trincea soffrimmo freddo, fame e altri patimenti indescrivibili. 
 
I conducenti di muli con il vitto non potevano raggiungerci perché dovevano transitare allo scoperto e cosi di notte, ogni plotone provvedeva direttamente al ritiro delle scatolette di carne e delle pagnotte nei posti dove potevano arrivare i muli. La suddetta località di Votil e passata alla storia della guerra per il sangue versato dagli alpini, dai fanti, dagli artiglieri e dai bersaglieri per la conquista di Tolmino, di Santa Maria e di Santa Lucia. Dopo venti e più giorni di trincea vi fu il cambio con altri soldati che non potemmo nemmeno vedere in faccia perché avvenne di notte. Pioveva a dirotto e faceva molto freddo. I superstiti della mia Compagnia fummo spostati in una posizione più a valle di qualche chilometro e per qualche giorno rimanemmo infilati dentro alcune stalle e pagliai diroccati dalle cannonate nemiche, ma a noi pareva di stare in paradiso. Dirimpetto vi era una montagna chiamata monte Imorli (?) alta e dritta. 
 
Sopra, sulla vetta, c’erano gli austriaci che dominavano tutta la valle di Tolmino, del trincerone del Votil, di Santa Maria, di Santa Lucia, del monte Nero e di altre posizioni importanti. Arriva l’ordine di andare a cacciare il nemico sulla vetta e noi, subito, zaino affardellato e a spalla, via di notte lungo una mulattiera scabrosa, dissestata e scoperta. All’alba del giorno appresso ci trovammo di fronte i reticolati ed essendosi gli austriaci e i tedeschi accorti del nostro avvicinamento incominciarono un fuoco d’inferno con fucili, bombe a mano e artiglieria. Fummo costretti a ripararci alla meglio, scavando buche con le vanghette e i picconcini almeno per nascondere la testa. Poco dopo ebbe inizio un violento cannoneggiamento della nostra artiglieria che dovette procurare notevoli danni e vittime al nemico perché, per la restante giornata, le loro armi rimasero inoperose. 
  
Sicuri di avere la strada spianata, all’alba del giorno successivo, dopo aver innestata la baionetta al fucile, con il grido di ”Avanti Savoia!”, partimmo all’attacco all’arma bianca. Un forte balzo e conquistammo la vetta. Arrivarono i rinforzi e prendemmo possesso della posizione installando mitragliatrici, bombarde e cannoni. Trovammo molte armi e morti ovunque i quali vennero seppelliti dopo aver provveduto al loro riconoscimento mediante i piastrini. Passarono diversi giorni di relativa calma, ma la reazione nemica non si fece attendere. Arrivo infatti un pomeriggio inattesa, violenta e terribile scatenando su di noi un fuoco d’inferno. I proiettili dei cannoni giungevano da tutte le parti seminando tra noi morte e distruzioni. In quei momenti pensavo a mia madre e a mio padre che vedevo in paradiso e che mi sorridevano e dicevano: ”Non aver paura, Peppi, mantieniti forte e ce la farai. Siamo noi, che, con l’aiuto del Signore, ti stiamo proteggendo!” Appena dopo il cannoneggiamento gli austriaci e i tedeschi fecero un assalto all’arma bianca che venne respinto su tutta la linea, da Santa Maria fino al monte Nero. Nei giorni che seguirono continuarono i loro bombardamenti, ma noi stavamo sempre sulla vetta.
 
Era arrivato il freddo e ai combattimenti, alla fame, agli strazi si erano aggiunti i primi congelamenti dei piedi. Avemmo, un giorno, la visita del colonnello comandante del reggimento il quale ci infuse molto coraggio e ci sprono a conquistare Tolmino che era li sotto, quasi a due passi. Ci assicuro che dietro di noi c’erano rinforzi di oltre quindicimila uomini pronti a seguirci e a darci il cambio ma ciò non si verifico perché mentre gli attacchi del nemico si susseguivano senza sosta a noi, oltre al mangiare, incominciarono a mancare le munizioni e le armi di ricambio. Evidentemente era incominciato il periodo di Caporetto ma noi lassù, in mancanza di armi e munizioni, incominciammo a difenderci coi sassi e rotolando a valle grossi macigni. In nostro soccorso venne anche un reparto di fanteria ma gli austriaci, rinforzati e rinfrancati, dopo un ultimo violento attacco che provoco in mezzo a noi molti morti, feriti e dispersi, ci costrinsero ad abbandonare la vetta e a ripiegare sulla vecchia posizione.
 
Tutto questo era accaduto per conquistare Tolmino, ma Tolmino non venne presa. Ritirandoci, ci appostammo in una trincea posta qualche chilometro più giù, sul costone di monte Nero, chiamata del Rampone, fatta a canale, rocciosa, scoperta e ben visibile al nemico. Sul posto c’era stata un’altra battaglia, sostenuta da un altro battaglione alpini per la conquista della posizione e noi demmo il cambio. In quel luogo rimanemmo molto tempo; era pieno inverno con tanta neve e moltissimo ghiaccio. Di tanto in tanto loro che erano al di sotto sparavano con le bombarde ed i cannoni e noi rispondevamo con i fucili, le bombe a mano, con le mitraglie ed anche rotolando grossi sassi. Anche se le vittime delle armi si erano appochite, ora c’era sia per noi sia per loro un altro nemico più insidioso e tremendo: l’assideramento e cioè il congelamento delle mani e dei piedi. Sostituimmo le pezze da piedi con i calzettoni di lana, ma questo nuovo nemico continuava a mietere vittime senza guardare in faccia a nessuno. 

Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria


 


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